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Un po' di Sgalambro pensiero (mandiamoci i politici) By: gieffe

Affari di governo? «Ho sognato l’utopia della non-politica»
Attività di servizio? Arte della mediazione? Tecnica d’occupazione,
piuttosto. La politica è un mestiere per chi non ha mestiere. I costi che
sopporta in Italia sono i più alti d’Europa: per non parlare di vizi,
sprechi, privilegi diffusi a tutti i livelli: dai Comuni al colle più alto
della Repubblica.
Non basta. L’intreccio fra partiti e potentati economico-finanziari è così
fitto che - come dimostrano il caso Telecom e, in ultimo, la fusione
Unicredit-Capitalia - il governo pare un consesso di portavoce dei
banchieri. Deprecati un tempo come collettori di tessere, al giorno d’oggi
i partiti si accaparrano azioni e distribuiscono dividendi. Ieri D’Alema
lo ha ammesso: «Rischiamo una seconda Tangentopoli». E allora?
«La politica è affare per gente cenciosa. Vi si accosta la parte peggiore
della comunità. Lo stesso uso di un’espressione come "potere politico"
porta con sé oramai qualcosa di offensivo, di oltraggioso. Potere di chi?
Su che cosa? Nel nome di che?»
Manlio Sgalambro è, certo, un testimone sospetto. Anni addietro, il
filosofo catanese scrisse un pamphlet il cui titolo dice ancora tutto:
Dell’indifferenza in materia di società. Contro l’«elogio della politica»,
contro l’illusoria ovvietà dell’interesse sociale, e la falsità del
benessere collettivo, batteva un colpo da maestro di zen per scuotere il
cuore, svegliare il cervello, che ciascuno di noi può sempre opporre, se
vuole, alle slavine collettive. Oggi, se possibile, il maestro è ancora
più lapidario:
«Dove sono gli intellettuali? Dove sono quelli che io preferisco chiamare
chierici? Non ne vedo molti in giro con gli occhi aperti e le orecchie
tese. È venuta meno la funzione critica del chierico verso i cosiddetti
reggitori della cosa pubblica. Al posto dei chierici, sono arrivati i
clericali. La politica orfana d’ideologia, si aggrappa alla religione. Non
a una religione, beninteso: alla religione cattolica».
Ma è proprio la Chiesa, oggi in Italia, l’unico partito ancora
ideologicamente intatto. Non le pare?
«Se così fosse, mi verrebbe da vagheggiare un regno di utopia della
non-politica. Se l’utopia è un non-luogo, forse il non-luogo è
amministrabile dalla non-politica o dall’impolitica».
Un non-luogo? Forse perché tutti i luoghi disponibili, o immaginabili, se
li sono già spartiti i politici o li hanno dati in affitto a gente che
lavora per loro?
«La politica ha bisogno non di governare, ma di occupare spazi. Spazi
pubblici e privati. Spazi reali e spazi mentali. Ne abbiamo fatto
l’esperienza nei totalitarismi. Ma pure la democrazia non ci mette al
riparo dalla politica d’occupazione».
Quella italiana, poi… I legami fra politica e affari, i legacci fra
governo e mercato, da noi assumono connotati perversi. A che tipo di
degenerazione stiamo assistendo?
«Non è un tralignare, no. Piuttosto, è un disvelarsi. Il problema è che,
alla lunga, la democrazia svela gli arcana imperii. Prenda l’America: non
si fa che parlare dell’insipienza di Bush ma, a guardar bene, è la
democrazia americana che si scopre insipiente».
Tornando all’Italia?
«Direi che non è semplice separare la politica e il mercato. Certo, ci
sarebbero le leggi. Altre se ne potrebbero fare. Non ricordo più,
sinceramente, da quando si parla di trasparenza, di conflitto d’interessi…
Ma la mia sensazione è duplice: da una parte, vedo l’intangibilità, la
lunga durata di una casta che ha il solo scopo, non di riprodurre, bensì
di perpetuare se stessa. Dall’altra parte, mi pare che quanto un tempo si
chiamò borghesia, o classe dirigente, abbia fatto propria la teoria
marxiana della struttura».
Nel senso che sovrastruttura è adesso l’economia o la finanza?
«Tutt’al contrario. Nel senso che l’economia - la quale, secondo Marx,
determina la politica - non fa più nulla per nascondere questo fatto
dietro la soprastruttura dei partiti, quali che siano. Semplicemente, se
ne serve. E quanto alla politica, o ai politici, sono essi stessi agenti
di questa inversione di tendenza. Agenti di scambio. O, forse, di cambio.
Non so se è chiaro…».
Quel che non è chiaro è se tutto ciò dispiaccia davvero ai
cittadini-elettori.
«Di sicuro, non dispiace ai giornali. O almeno a quelli che hanno smesso
di vigilare, di esercitare il controllo. A me sembra aberrante che i
grandi giornali tessano le lodi della longevità, della forza di governi
che non riescono a operare perché non cessano di discutere».
Ma la stabilità in Italia, dopo decenni di governi balneari, è un totem.
Perché mai, altrimenti, si vorrebbe una riforma elettorale capace di
renderli ancora più saldi?
«Appunto, la stabilità per la stabilità. Nel nome della durata delle
calze. Ma quando mai? Abbiamo avuto in passato governi fragilissimi, ma
laboriosissimi. Furono i più ballerini dei governi Dc-Psi a fare le
riforme su cui si regge ancora il Paese. La loro debolezza intrinseca
funzionava da spinta ad agire presto, al meglio possibile. Adesso, invece,
l’obbligo di restare a galla cinque anni è un incentivo a negoziazioni
infinite: si alleano, si disalleano, si riuniscono, si frantumano… Dirò di
più: personalmente, considero nefasto l’esempio indotto dall’elezione
diretta dei sindaci. Oggi, un sindaco è nelle condizioni di non dover
rispondere a nessuno. Rimpiango, sì, rimpiango i vecchi, rissosi, parolai
consigli comunali. C’era uno straccio di confronto. Un minimo di
controllo».
Chi parla è Manlio Sgalambro
Giuseppe Testa (da "La Sicilia" del 21 maggio 2007)

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